Il rialzo dei prezzi delle materie prime, lungi dall’essere un fenomeno passeggero, per una serie di ragioni di natura macroeconomica, sarà un tema con il quale gli imprenditori di tutti i settori si dovranno confrontare a lungo. E non basterà fare magazzino.
Siamo solo al calcio d’inizio, che segna l’avvio di un ciclo espansivo molto ampio. Con il rialzo dei prezzi delle commodities dovremo fare i conti ancora per molto tempo. Ne è convinto Enrico Vaccari, responsabile della clientela istituzionale di Consultinvest. “Anche perché – spiega – abbiamo assistito a periodi in cui le commodities sono state in consolidamento, in movimento laterale. E’ accaduto dal 1960 fino al 1970. Dal 1980 al 2005 e, nella fase attuale, dal 2006 al 2020”. Trend sulle materie prime, dunque, di fatto laterali con movimenti all’interno di un range e senza mai sfondare. “Quello che emerge oggi è che rispetto agli asset finanziari l’andamento delle commodities è a dei punti minimi. E questa, purtroppo, non è una buona notizia, perché significa che sono destinate a salire ancora molto. E con esse l’inflazione”.
AUMENTO INFLAZIONE TUTT’ALTRO CHE TRANSITORIA
Ecco dunque uno dei primi effetti. Che rende inefficace la definizione di fenomeno transitorio che il presidente della Fed, Jerome Powell, aveva attribuito all’inflazione. Un elemento “che le banche centrali si ostinano a non vedere”. Secondo Vaccari “si arriverà a un’inflazione molto, molto forte. Non abbiamo mai vissuto un periodo di stop delle economie globali, delle catene di produzione, come è avvenuto con il lockdown. Ora, chiaramente, per riattivare la macchina occorre tempo. Questo tempo porta con sé, essendo una fase espansiva delle economie, delle fiammate inflattive”. Allora l’investitore cosa fa? Qual è lo strumento che ‘copre’ di più? “Sono gli asset reali e quindi le commodities”. Il cui prezzo aumenta. Ma attenzione. Ad oggi l’incremento è di molto inferiore a quello degli asset finanziari: “significa – avverte Vaccari – che siamo probabilmente all’inizio di un superciclo”. Su tutto questo, insiste il tema dell’inflazione che aumenta, con ricadute sull’economia reale.
SE CROLLA IL POTERE DI ACQUISTO ANCHE I CONSUMI FRENANO
“E’ come se fosse un aumento della pressione fiscale. Non avrà effetto immediato, ma sicuramente nel medio termine le conseguenze si faranno sentire. A quel punto avremo problemi importanti sulla catena di distribuzione. Il potere d’acquisto calerà. E quando il potere di acquisto cala, i consumi frenano anche perché non c’è la sola inflazione con la quale si deve fare i conti. Non dimentichiamo che dalla pandemia non siamo ancora usciti”. E il ciclo si chiude. In questo contesto la Cina, uscita dalla crisi ben prima dell’Occidente, per sostenere il forte rimbalzo dell’economia, ha fatto incetta di una serie di materie prime, si è ’riempita il frigo’, andando a comperare in giro per il mondo a prezzi scontati il legname, i container ecc.”, garantendosi un vantaggio competitivo “enorme”. C’è da capire ora cosa dovrebbero fare le imprese per mettersi il più possibile al riparo dalla volatilità inevitabile del mercato: “purtroppo, per un imprenditore che lavora nell’economia reale, le strategie di hedging sono molto limitate e riguardano la sola parte finanziaria” avverte l’esperto. “Può ‘coprirsi’ dal rischio del rialzo dei tassi. Purtroppo, però, non ha strumenti, tranne qualche realtà più strutturata ed evoluta, di copertura sul rialzo delle commodities. L’unica cosa che può fare è valutare le condizioni dei suoi finanziamenti, dei suoi prestiti. Viceversa sarà molto complicato. Non ci sono oggi le condizioni per fare magazzino che, tra l’altro, in caso di un ritorno della pandemia, rappresenta un rischio enorme. Molte imprese saranno sottoposte al vento della volatilità che inevitabilmente ci sarà”.
Di 2021 quale “snodo cruciale” per i mercati, parla Marco Mencini, Senior Portfolio Manager Plenisfer Investments Sgr, a partire dalla considerazione che “le spinte inflattive sono sempre più evidenti, trainate dal rialzo dei prezzi, a partire dalle materie prime, a loro volta trascinate da diversi fattori, tra cui la ridefinizione delle catene di approvvigionamento che vedono oggi i costi del trasporto merci in crescita del 40% dal 2019, con picchi fino al 60%. Un aumento dettato dal fatto che il mondo, prima della pandemia, non aveva un ‘piano B per il disaster recovery’ reso invece necessario dai cambiamenti avviati dall’amministrazione Trump, per contrastare il dominio produttivo e commerciale cinese, da anni di mancati investimenti sulle filiere, e dall’esplosione dell’ecommerce che rende necessarie catene di approvvigionamento più capillari”.
RIALZO COSTI TRASFERITO SUI PREZZI
Secondo l’esperto la conseguenza più naturale e plausibile è che “le aziende trasferiranno, chi più chi meno, il rialzo dei costi sui prezzi”. E intanto le banche centrali cercano di rassicurare i mercati mentre iniziano a ragionare, nonostante sostengano sia “molto prematuro”, sull’exit strategy (il “tapering”) dalle politiche espansive. “È evidente che affrontiamo una fase complicata e difficile da decifrare, destinata a durare diversi mesi. Il grande timore è che l’inflazione sfugga di mano e sappiamo che, come il genio che esce dalla lampada, una volta libera di correre, è molto difficile rimetterla nella bottiglia. E oggi i mercati temono che si ripeta quanto accaduto con Greenspan nel 1994, ovvero che la reazione delle banche centrali arrivi quando è troppo tardi”. Ci attendono dunque, secondo Mencini “mesi di volatilità elevata e a violente correzioni, al rialzo e al ribasso”. Si tornerà a una normalizzazione, a un “nuovo equilibrio”, mentre ora “il mercato cammina sul filo del rasoio con rischi di correzione significativi e violenti su tutte le asset class alla luce dei premi al rischio estremamente bassi”.
