Terminata la fase di impetuosa crescita del mercato seguita al Covid, di cui abbiamo già parlato varie volte nei nostri editoriali, oggi il design italiano si trova ad affrontare una fase di profondo cambiamento, spinto da fattori economici globali tra cui l’aumento dei costi di produzione e l’inflazione.
In questo contesto molte aziende si stanno interrogando sulla necessità di allargare il target dei consumatori dei propri prodotti proponendo un design più democratico. La logica dietro questa strategia – già da alcuni messa in pratica – è quella del bottom up, dove il prezzo del prodotto è definito fin dall’inizio e guida l’intero processo di progettazione. La vera sfida per aziende e designer diventa dunque quella di produrre prodotti belli, funzionali, creativi e made in Italy, ma ad un prezzo “democratico”, oppure diviso per fasce, dalla premium alla value for money, per esempio.
Questa evoluzione rappresenta anche un’opportunità di leadership, proponendo un messaggio nuovo: il design non è solo lusso, ma una risorsa capace di rispondere a bisogni primari, come quello di abitare, senza rinunciare all’estetica e alla funzionalità. Un esempio di successo di questa visione è Kartell, che ha saputo rendere il lusso accessibile, trasformando il concetto stesso di design democratico, pur mantenendo alta la qualità e l’innovazione.
L’adozione di questo approccio invita a riflettere su un aspetto cruciale: l’Italia ha tradizionalmente associato il proprio design al segmento di alta gamma, ma forse è giunto il momento di evolvere, superando una visione elitista per abbracciare una dimensione più inclusiva. Le aziende che sapranno rispondere a questa sfida, unendo creatività e logica industriale, saranno quelle in grado di tracciare la rotta del design italiano del futuro, dove l’accessibilità non rappresenterà più un limite, ma uno dei principali motori della qualità.