Le riflessioni architettoniche, scientifiche e culturali sul mare sono le protagoniste di “Terrae Aquae. L’Italia e l’Intelligenza del Mare”, progetto espositivo del Padiglione Italia alla 19a Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e curato da Guendalina Salimei, fondatrice di Tstudio. In scena, alle Tese delle Vergini dell’Arsenale, un’esplorazione dello spazio liminale delle coste attraverso una pluralità energica di voci e di ricerche che l’architetto orchestra con l’obiettivo di spronare a un cambiamento di prospettiva ripensando il confine tra terra e acqua come sistema integrato di architetture, infrastrutture e paesaggio. Non una ricostruzione, bensì un rinnovamento che parte dalle coste italiane per espandersi a livello globale.
Lei è la prima donna a rivestire da sola il ruolo di curatrice del Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2025, cosa rappresenta questo incarico?
È un incarico importante, che porto avanti con senso di responsabilità e con la consapevolezza del momento che stiamo vivendo. Essere la prima donna a curare da sola il Padiglione Italia ha un valore storico, certo, ma personalmente non credo che l’essere donna sia di per sé un valore aggiunto. Credo invece moltissimo nelle opportunità. Se alle donne venisse data più fiducia, se avessero accesso a più occasioni per esprimere le proprie capacità, non sarebbe più necessario dimostrare la differenza tra il talento di una donna e quello di un uomo. Questo incarico, allora, è anche un’occasione per ribadire che la qualità del pensiero non ha genere, ma ha bisogno di spazi, di ascolto e di possibilità.
Com’è il “suo” Padiglione Italia?
È un padiglione collettivo, poroso, orizzontale. Un luogo dove non esistono gerarchie, dove non vince l’ego del singolo, ma l’energia delle voci di tutti: dai giovani ai ricercatori, dai progettisti affermati alle realtà minori, spesso sommerse. L’idea è quella di costruire un dispositivo narrativo dove al centro ci sia il tema, non l’autore. Non si espone per dimostrare, ma per raccontare. È un padiglione che vuole riflettere l’idea di un’Italia plurale, attraversata da pratiche diffuse, da una progettualità che nasce nei margini e che proprio per questo è fertile, viva, potente.
Ci spiega la sua proposta “TerraeAquae. L’Italia e l’Intelligenza del Mare”?
TerraeAquae è un invito a cambiare sguardo: il titolo stesso racconta un’Italia che è un corpo anfibio, un confine costantemente negoziato tra solidità e fluidità. L’“intelligenza del mare” è quella capacità di adattamento, di relazione, di ascolto che dobbiamo reimparare anche nell’architettura. In mostra ci sono esperienze che fanno emergere questa relazione fragile e produttiva, spesso invisibile, tra paesaggi, città, comunità e acque. È una riflessione estetica, ma anche profondamente politica.
In che senso guardare l’Italia dal mare implica un cambio di prospettiva e nuovi confini tra terra e mare?
Significa ribaltare completamente il punto di vista. L’Italia, vista dal mare, non è più centro ma approdo, margine, soglia. Non è più un luogo chiuso, ma una piattaforma aperta. Cambiano le carte, cambiano i confini: non sono più linee nette, ma zone d’interferenza. Questo sguardo ci aiuta a leggere le coste non solo come punti di crisi — ambientale, sociale, migratoria — ma come laboratori di nuove relazioni tra territorio, ecologia e abitare. È un gesto di decentramento, che ci costringe a interrogarci su chi siamo e su cosa significa oggi appartenere a un luogo.
Come interpreta il rapporto, fragile e precario, tra acqua e architettura?
Il rapporto tra acqua e architettura è sempre un rapporto di tensione, ma anche di memoria. Il limite tra terra e mare non è mai neutro: racconta l’identità dei luoghi, la storia delle comunità, le trasformazioni ambientali. Per questo non può esserci una risposta univoca, una formula replicabile. Ogni progetto deve partire dal riconoscimento di ciò che quel confine rappresenta, dalla sua specificità. Ciò che è sempre necessario, però, è ripristinare il legame profondo tra il limite e il territorio interno, che sia una città, un’infrastruttura, o un habitat naturalistico. Ritessere queste relazioni è l’unico modo per dare senso e forza a qualsiasi intervento.
Qual è l’identità di una città sull’acqua? Quali sono le opportunità, le problematiche e le eventuali soluzioni?
Le città sull’acqua sono luoghi di soglia, continuamente messi alla prova dal cambiamento. Sono città che vivono nella precarietà, ma che proprio per questo hanno un potenziale immenso. L’identità di queste città è fatta di resilienza, di apertura, di capacità di trasformazione. Le opportunità sono molte: rigenerare i margini, ricollegare le città ai loro paesaggi, ripensare le infrastrutture in chiave ecologica. Ma ci sono anche criticità: l’innalzamento dei mari, l’inquinamento, l’abbandono delle comunità costiere. Le soluzioni devono essere interdisciplinari, sensibili, graduali. Non c’è una ricetta, ma c’è una direzione: lavorare per equilibri nuovi tra costruito e naturale.
Come si pone rispetto al tema dell’inquinamento del mare e in particolare delle microplastiche?
L’inquinamento marino, e quello da microplastiche in particolare, è uno dei sintomi più evidenti di una crisi profonda del nostro rapporto con l’ambiente. L’architettura non può più permettersi di essere neutra o indifferente: ogni scelta progettuale ha un impatto. Dobbiamo ripensare i materiali, i cicli produttivi, l’intera filiera. Ma non solo: dobbiamo anche promuovere un’educazione al paesaggio e alla responsabilità. Il progetto può essere uno strumento di consapevolezza, e in questo senso deve farsi parte attiva di una nuova ecologia culturale.
In un’epoca segnata appunto dalle conseguenze del cambiamento climatico che interessano profondamente anche le coste italiane, come affronta il futuro?
Con una visione pragmatica ma non rinunciataria. Il cambiamento climatico è una realtà con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno, soprattutto nelle aree costiere. Affrontare il futuro significa non solo pensare a soluzioni tecniche, ma costruire una nuova alleanza tra progetto, territorio e comunità. Serve un’architettura che sia consapevole dei limiti, ma anche capace di immaginare nuovi modi di abitare. Non possiamo rispondere con la paura, ma con il coraggio di cambiare paradigmi. Il progetto deve tornare a essere uno strumento di trasformazione sociale e ambientale, non una semplice risposta funzionale.
