Tra i primi ad aver utilizzato il monitor televisivo come un vero e proprio materiale artistico fin dagli anni Settanta, Fabrizio Plessi continua ancora oggi ad affascinare il pubblico attraverso questo medium. Innumerevoli le sue partecipazioni a rassegne, come la Biennale di Venezia, oltre alle mostre personali tenute in vari musei del mondo: dal Centre Pompidou al Guggenheim di New York e Bilbao, dalle Scuderie del Quirinale al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Nel 2013 al Passo del Brennero è stato inaugurato il Plessi Museum, opera di design e scultura pensata per integrarsi con il paesaggio naturale, allo stesso modo delle sue opere create per spazi come Piazza San Marco a Venezia, la Valle dei Templi di Agrigento, la Sala dei Giganti di Palazzo Te o le Terme di Caracalla a Roma.

Artista visuale e pioniere delle videoinstallazioni, Fabrizio Plessi ha da poco celebrato i suoi sessant’anni di carriera. E lo ha fatto con una mostra, intitolata TuttoPlessi, nel suggestivo contesto del Broletto di Como. L’exhibition – a cura di Paolo Bolpagni e Giovanni Berera, con il coordinamento scientifico di Ilaria Bignotti e promossa da Fondazione Como Arte ETS – non è stata concepita come una retrospettiva nel senso canonico del termine, quanto piuttosto come una summa dei temi portanti che hanno contraddistinto un’intera vita dedicata alla ricerca in campo artistico.
L’allestimento site specific, nella sala che in epoca medioevale ospitava il governo della città, ha portato in scena sei giganteschi portali animati da sistemi video da cui scaturiscono delle immagini amplificate dalle vasche, poste ai piedi di ciascun portale. Queste installazioni, tra giochi di specchi e suggestioni sonore immersive, esplicitano visualmente i temi più caratteristici della poetica dell’artista, legata a elementi naturali e dall’essenza primordiale come l’acqua, il fulmine, il fuoco, la lava, l’oro, il fumo.

Quale significato dare al traguardo dei 60 anni di carriera?
Sono passati sessant’anni da quando ho iniziato il mio percorso nel mondo dell’arte, ma per me è come se ne fossero passati soltanto sei. E sinceramente, tra sei e sessanta non vedo molta differenza: sono semplicemente dei numeri. Piuttosto, quello che io ritengo veramente importante, e che ha caratterizzato la mia vita, è stata la possibilità di aver attraversato differenti momenti storici dell’arte. Ho potuto vedere con i miei occhi ventate d’avanguardia che sono nate e poi si sono affievolite, il ritorno dell’arte povera oppure del concettuale… Tutte queste correnti passano oppure ritornano: io invece rimango sempre fedele a me stesso con i miei problemi, con le mie visioni e con l’idea della realtà che io stesso creo. La vita stessa, in fondo, va accettata come è: mi rendo conto che non posso cambiare le regole, però posso cercare di modificarle, soprattutto in campo artistico. Questo è quello che mi interessa davvero e che mi spinge ancora oggi a continuare la mia ricerca e a non dare mai nulla per scontato. Per esempio entrando nella sala del Broletto – durante la fase di allestimento della mostra – ho capito che sarebbe stato un errore mostrare immediatamente le mie installazioni agli occhi del visitatore. Chiunque avrebbe posizionato le sculture frontalmente rispetto all’ingresso, io invece ho capito che cambiando completamente l’orientamento avrei fatto qualcosa di più interessante. In questo modo l’osservatore è costretto a girarvi intorno, a percorrere la sala fino in fondo prima di arrivare ad avere una visione d’insieme. Avevo già usato questa idea a Milano nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale per l’installazione Mari Verticali, però applicata in questo contesto diventa ancora più funzionale al suo scopo.

Una realtà fatta d’acqua, fuoco, oro… questi elementi archetipali animano le sue creazioni, come mai la affascinano?
Sono affascinato da tutto ciò che è primordiale, tutto quello che ha a che fare con l’idea di origine. Disegnare il carbone, la paglia, il marmo, il ferro, la terra, diventa un mezzo per avvicinarmi e capire fino in fondo la fisicità ancestrale di questi materiali, rappresentati sempre e comunque in un confronto/scontro con i mezzi tecnologici. Tutti questi elementi mi danno la possibilità di trarre delle idee originali che sono soltanto mie e che rendono il mio percorso un unicum nel panorama dell’arte contemporanea. Mi è sempre piaciuto definirmi un navigatore solitario e in effetti non ho compagni di strada. Le mie opere fanno ampio uso di installazioni video, ma non mi piace essere definito un videoartista: si rischia di confondere il mezzo con il fine. I video sono semplicemente il medium attraverso cui la mia visione artistica trova la più completa espressione di se stessa. Sono un mezzo per dare forma al movimento, ma la genesi di una mia installazione parte sempre dal disegno.

Quindi come nasce una sua opera d’arte?
Io disegno sempre tutto. E disegno sempre a Venezia, nel mio atelier alla Giudecca. Perché disegnare in quella città è diverso dal disegnare a Parigi, a Londra o a New York. A Venezia la luce entra nel disegno stesso e ne modifica i contorni. Diventa così più fluido, più liquido, più armonioso: tutto diventa più evocativo. Questo è il grande vantaggio di Venezia, città in cui vivo ormai da molti anni e che è per me fonte di grande ispirazione. Quando passeggio per i campi e le calli di quella città per me è come attraversare il tempo. Io dico sempre di vivere con un piede nel futuro e con l’altro nel passato e camminare così è veramente difficile, eppure ritengo che sia l’unica maniera per capire veramente il nostro tempo e viverlo appieno.
Nelle installazioni del Broletto, compare anche un’immagine non proprio rassicurante tratta dalle Carceri di Piranesi, è forse una metafora del presente che ci deve spaventare?
Le voglio raccontare la genesi di questa mia opera. In quell’acquaforte Giovanni Battista Piranesi disegna un fuoco davvero piccolo. Un focherello di soli pochi centimetri. Attraverso l’installazione video io l’ho fatto diventare un incendio grandioso. Quello che in primis volevo comunicare attraverso questa immagine era da un lato toccare il passato, dare voce al senso della storia che l’opera di Piranesi è in grado di evocare. E in secondo luogo volevo amplificare un elemento minimale in modo che la parte diventi più importante del tutto: ciò che vedo diventa così un grande incendio, che è in fondo davvero la metafora delle situazioni del nostro mondo di oggi. È sì un mondo complesso, ma che non ci deve spaventare. In esso non c’è soltanto oscurità, ma anche luce: solo attraverso la conoscenza, soprattutto del suo passato, possiamo capirlo e non temerlo. La paura può nascere solo dall’ignoto, invece conoscendolo possiamo sempre vincerlo.
L’articolo è stato pubblicato nel numero di novembre/dicembre 2024 di Pambianco Design
