La seconda fase slitta, forse al 4 maggio. Il Governo ha annunciato che il lockdown per l’Italia durerà tre settimane ancora. Una doccia fredda per i tanti imprenditori che avevano fatto pervenire al tavolo dell’Esecutivo richieste e appelli, fotocopie di un unico pensiero moltiplicato per tutti i settori produttivi: riaprire le fabbriche, dare luce verde a una ripartenza, pur lenta e in sicurezza, subito dopo Pasqua. Ma le condizioni ancora non sussistono, sottolineano da Palazzo Chigi che dovrebbe firmare oggi il decreto di chiusura prolungata al 3 maggio. Il comparto della ceramica si dovrà per ora accontentare della boccata d’ossigeno ricevuta con l’ordinanza siglata il 3 aprile scorso dal ministero della Salute e dalla Regione Emilia Romagna che autorizza “la vendita sul territorio nazionale ed estero esclusivamente delle scorte di magazzino”.
Graziano Verdi, a capo di Italcer Group, holding di controllo di 5 aziende, 205 milioni di fatturato aggregato nel 2019 plaude alla riapertura dei magazzini e alla possibilità di consegnare la merce, ma giudica la decisione a monte di chiudere le attività “becera”. Si sarebbero dovuti responsabilizzare gli imprenditori, afferma, non ‘spegnere’ le attività. “Altri paesi – sottolinea – lo hanno fatto, anche con provvedimenti molto ‘forti’, come Germania e Francia”. In Italia le imprese hanno assunto contromisure per il contenimento eccezionali, spesso ancora più restrittive rispetto a quelle decise a livello centrale. Italcer ha imposto il distanziamento di due metri, ad esempio, e su 600 dipendenti c’è stato un solo caso di Covid-19 non grave. “Noi abbiamo fornito tutti i presidi, tutto quello che si poteva fare è stato fatto”.
Per altro, aggiunge Augusto Ciarrocchi, vicepresidente di Confindustria Ceramica e presidente di ceramica Flaminia, “la produzione in particolare di piastrelle richiede spazi molto grandi e poche persone all’interno. Un ‘distanziamento sociale’ c’era prima e ci sarà domani, soprattutto quando si lavorerà a ritmo ridotto, in particolare all’inizio”.
Tutti concentrati ora, dunque, sui finanziamenti che il Governo ha assicurato, in particolare con l’ultimo Decreto Liquidità che “al di là delle modalità che dovranno essere comunque meglio esplicitate, mi sembra sia in grado di rassicurare le imprese” evidenzia Ciarrocchi. Certamente, “poi bisognerà vedere, all’atto pratico, come si muoverà il sistema bancario, non tanto rispetto alle aziende che sono ben capitalizzate, ma soprattutto per quelle piccole imprese che soffrono e che, se non ricorrono subito all’erogazione dei finanziamenti, sarà difficile per loro rimanere sul mercato”.
“Di tutti i provvedimenti che sono stati presi, il Governo è riuscito a scaricare poco a terra, nemmeno con il primo da 25 miliardi che ha sortito effetto zero” denuncia Verdi, che paragona la situazione italiana a quella della Francia. Qui Italcer ha una controllata che, racconta l’amministratore delegato, ha ricevuto nell’immediato del lockdown una lettera dal Governo d’Oltralpe nella quale si annunciava che le aziende avrebbero potuto richiedere e ottenere subito dalle banche di riferimento il 25% del fatturato come nuovo credito garantito dallo Stato francese. Con la sola indicazione di un codice, già contenuto nella missiva. In Italia, a parere di Verdi, “la ricetta sarebbe stata delegare le banche” per l’erogazione dei finanziamenti, non Sace in capo alla quale resta il meccanismo di valutazione delle imprese medio grandi per il rilascio del 90% di garanzia a fronte dei prestiti. Sace dovrà, evidenzia il Ceo di Italcer, “mettere in fila centinaia di migliaia di richieste a fronte delle quali potrà rispondere a 10 al giorno”. Forse, osserva, “non ci si rende conto che le imprese hanno un mese e mezzo o due di respiro. Poi? Poi c’è il buio. Non riguarda solo la parte ceramica, ma tutti”. “O c’è insipienza”, osserva ancora, oppure “ci sono lacci e lacciuoli, c’è la solita burocrazia. Sembrano provvedimenti burocratici ad hoc per non fare arrivare i soldi. Fanno vedere il fiorellino in fondo al tunnel ma alla fine del tunnel non ci si arriva mai”. E se i soldi non arrivano si riduce anche il margine di sopravvivenza che comporterà comunque “pesanti tagli al personale, drastiche riduzioni di stipendio” per arrivare alla fine dell’anno. Intanto “abbiamo messo le aziende a filo di costo così, quando si potrà ripartire, saremo pronti”. Italcer si sta ad esempio attrezzando con il “rilevamento automatico della temperatura. Oltre i 37 gradi non si entra”.
Le aziende iniziano però necessariamente a fare i conti con il costo dell’inattività. Contrazioni di fatturato direttamente proporzionali con l’allungamento dei termini della ripartenza. Massimo Orsini, fondatore di Mutina, immagina che il calo, allo stato dell’arte, possa arrivare al 40% in media del giro d’affari. E, “se questi sono i numeri, la crisi durerà anni” afferma, osservando che dunque è importante arrivare alla fase due il più possibile in buona salute. Al di là dei numeri contenuti nel decreto Liquidità, “adesso bisogna pensare a stabilizzare il Paese” e aiutare le aziende che se lo meritano ad uscire da una crisi che “ci metterà tutti alla prova. Molte realtà ne usciranno con le ossa rotta, altre saranno aziende più sane”. In tutti i casi “dovremo imparare a muoverci su mercati completamente cambiati, che rispondono a logiche completamente diverse”. Per questo Mutina sta già lavorando a “riconfigurare completamente l’azienda. Lo sbaglio più grande sarebbe immaginare di ripartire il prima possibile alle medesime condizioni di prima. Invece, prendiamo l’occasione per un rilancio”. Rilancio che per Verdi potrebbe arrivare auspicabilmente con la prossima edizione di Cersaie che “potrebbe rappresentare un rinascimento del settore”.
Ma ora, in attesa che la fase due venga varata, e che comunque darà il via a una ripartenza lenta e ragionata, il vicepresidente di Confidustria Ceramica offre al ragionamento un ulteriore spunto: nella selezione delle aziende che devono riattivarsi per prime va operata “una scelta selettiva, non per codice Ateco, ma sulla base delle reali possibilità che le aziende hanno di lavorare in totale sicurezza”. Condizioni, queste ultime, che “sono già sono state indicate nel protocollo firmato da Confindustria e dai sindacati. Si tratta di una base di partenza valida”. Altro criterio selettivo, riguarda “i territori: non è pensabile che la situazione della Lombardia possa essere assimilata a quella del Lazio o della Sicilia”.
