Dal 9 maggio al 22 novembre 2026 presso il Padiglione Nazionale della Siria, situato nel cortile a cielo aperto dell’Università Iuav di Venezia (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), campus del Cotonificio, alla 61ª edizione della Biennale di Venezia, emerge la scelta siriana dopo oltre 12 anni di guerra.
Nulla di più simbolico delle torri funerarie di Palmira, con le loro molteplici storie e significati, può riassumere il ritratto odierno di un Paese che risorge dalle proprie ceneri.
Custodi di memoria, spazio di ricordi, di perdita, di un patrimonio distrutto, saccheggiato e umiliato; è da lì, da un defunto passato, che l’artista siriana Sara Shamma ha voluto ripartire e prendere l’energia necessaria per ridare vita al proprio Paese.
Scoprire quanto la scelta sia esatta per raffigurare lo stato d’animo in cui si trova la Siria di oggi non è stato difficile anche per la curatrice del padiglione, Yuko Hasegawa, in questa edizione particolarmente singolare rispetto alle precedenti, che erano solite proporre una mostra collettiva di artisti siriani affiancati da artisti internazionali.
È con la vesta della resilienza culturale dell’artista Shamma, che il Ministero della Cultura del governo siriano ad interim ha deciso di manifestarsi all’Occidente, per dare un segnale di ottimismo e volontà di cambiamento; lanciare un messaggio culturale chiaro, forse anche politico, di quello che vorrà per il Paese, ma soprattutto di quello che vuole essere.
Al centro un’unica artista, una figura femminile che richiama l’immagine di Zenobia, regina siriana di Palmira, con la sua installazione immersiva di grande scala ispirata alle antiche torri, che un tempo si ergevano come crocevia di culture greco-romane, aramaiche e arabe, dove comunità di diverse religioni e origini convivevano in armonia, tolleranza e rispetto reciproco. È un’immagine universale di come dovrebbe essere il mondo.
Per la curatrice – Research Professor presso la Graduate School of Management dell’Università di Kyoto e Professor Emerita alla Tokyo University of the Arts – “il lavoro di Sara trascende le narrazioni nazionali, utilizzando la storia di Palmira per esplorare idee universali di memoria, perdita e resilienza culturale. La mostra invita il pubblico a vivere questi temi attraverso un’esperienza artistica immersiva e colloca la Siria con decisione nel dibattito globale dell’arte contemporanea”.
Nelle intenzioni di Sara si intravedono anche richiami che sensibilizzano l’attenzione mondiale contro le continue aggressioni subite dal Medio Oriente. Tra il I e il III secolo d.C., le torri funerarie erano monumentali mausolei familiari che si innalzavano sopra il paesaggio desertico. Tutte sono state distrutte dall’ISIS; centinaia di ritratti funerari sono stati saccheggiati e venduti all’estero, trasformando le torri in simboli duraturi della perdita culturale.
Combinando pittura, architettura, luce, suono ed esperienza olfattiva, il Padiglione della Siria si trasforma in un dispositivo “5D” sensoriale, una macchina del tempo che permette al pubblico di immedesimarsi in quei luoghi.
“Il mio obiettivo è mostrare la profondità umana e culturale della Siria: la sua storia, la sua creatività e la straordinaria resilienza dimostrata in questi anni bui. Se il pubblico riuscirà a guardare al mio Paese non solo attraverso la lente del conflitto, ma tramite l’arte, la memoria e la civiltà, avremo già ottenuto un risultato significativo. Chi conosce la storia o dialoga con un siriano percepisce subito un “alto patrimonio umano”, qualcosa di antico nel senso più nobile del termine. In Siria, gli strati della storia sono visibili tutti insieme, in un unico luogo”, racconta l’artista a Pambianco Design.
Qual è la sua visione riguardo alla ricostruzione del Paese? Che consiglio darebbe al nuovo governo?
La ricostruzione non è solo una questione di mattoni e infrastrutture. Un Paese si risolleva partendo dall’istruzione, dalla cultura, dalla giustizia e dal ripristino della fiducia tra le persone. Spero in una Siria dove ogni cittadino senta di avere dignità e appartenenza, vedendo nella diversità una forza. Se dovessi dare un consiglio, direi di investire nelle persone tanto quanto nel cemento: sui giovani, sugli artisti, sugli insegnanti. Sono loro che daranno forma al futuro.
Nelle opere arabe si avverte spesso un senso di lutto per la gloria del passato. È un sentimento ancora vivo nell’anima degli artisti arabi?
Il mio progetto non è un lamento sul passato, ma un tentativo di attingere forza dalla storia per immaginare il domani. Palmira è fondamentale per me non solo per ciò che è andato perduto, ma perché ci ricorda che questa regione è stata capace di generare culture straordinarie basate sullo scambio e sulla coesistenza. Il ruolo dell’arte non deve restare intrappolato nella nostalgia, ma trasformare la memoria in speranza e rinnovamento.
In Siria esiste un legame simbiotico tra arte e artigianato — dalla lavorazione dei tessuti e del vetro ai mosaici e alle decorazioni dei soffitti e molto altro. Dal punto di vista artistico, dove traccia il confine tra queste due dimensioni?
Sono due campi distinti. L’artigiano possiede una competenza tecnica straordinaria, impara un mestiere e lo applica per vivere, diventando parte dell’identità stessa di una città. Tuttavia, l’artigiano raramente evolve la propria abilità in senso creativo o filosofico. Nell’arte, invece, entrano in gioco la visione, la psicologia, la ribellione e la sfida sociale. L’arte è un tentativo di cambiare il modo in cui le persone percepiscono se stesse; è uno strumento di comunicazione che parla direttamente all’inconscio.
Esistono stime sull’impatto dell’arte sul PIL siriano?
È un tema interessante, ma mancano studi seri. In contesti come la Gran Bretagna esistono analisi precise sull’apporto della cultura all’economia, ma nei nostri Paesi il settore è ancora troppo frammentato e basato sull’iniziativa individuale. Ci sono artisti che vendono; esistono anche gallerie attive, ma mancano ancora quelle grandi istituzioni o musei capaci di attirare milioni di persone. Senza quel livello di pubblico, non è ancora possibile quantificare l’impatto dell’arte sul PIL in termini macroeconomici.
L’Occidente guarda con timore all’ascesa di governi di matrice islamica. Quanto è libera, oggi, l’espressione artistica in Siria?
Avverto tra i siriani un desiderio viscerale di creare; di esprimersi e di riconnettersi culturalmente con il resto del mondo. L’arte fiorisce dove ci sono energia, speranza e apertura. Oggi in Siria c’è una vera “fame” di tutto questo. Per me, l’arte deve restare uno spazio franco, oltre le paure e le ideologie, dove l’essere umano sia libero di pensare e immaginare senza vincoli.
