La coabitazione fra agricoltura e fonti rinnovabili è la nuova scommessa green tech. Soprattutto al Sud, dove il climate change sta danneggiando il settore primario. Dopo le ultime novità normative, il dibattito è aperto.
Transizione ecologica, sviluppo delle attività agricole e potenziamento della produzione di energia da fonte solare: sono i tre pilastri sui quali poggiano le nuove tecnologie per l’agrivoltaico, una tipologia di impianto a pannelli di ultima generazione volto a preservare la continuità delle attività di coltivazione agro-pastorale sul sito di installazione, che deve essere un terreno a destinazione agricola per almeno il 70%. Non si tratta più del ‘vecchio’ fotovoltaico posizionato a terra, che ha già trasformato vaste aree rurali della Penisola in immensi specchi riflettenti dove i campi muoiono e anche la biodiversità è a rischio: un danno per il settore primario oltre che per l’ambiente e il paesaggio, asset da preservare e valorizzare in particolar modo in Italia, dove l’articolo 9 della Costituzione nel 2022 è stato aggiornato con la previsione dell’impegno della Repubblica per la salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.
Stop ai pannelli solari a terra, via libera all’agrivoltaico high tech
In ottemperanza al Decreto legislativo n. 177 dell’8 novembre 2021, dove si disponeva che attraverso appositi decreti attuativi venissero definite le ‘aree idonee’ per la collocazione degli impianti green, il Decreto agricoltura del 15 maggio 2024, poi convertito nella legge n.63/2024, ha posto i paletti all’occupazione delle zone agricole con finalità energetiche: nello specifico, nelle aree classificate come ‘agricole’ dai piani urbanistici non è possibile installare nuovi impianti fotovoltaici con moduli a terra né aumentare l’estensione di quelli già esistenti. Sono però esclusi dal divieto gli impianti finanziati nel quadro dell’attuazione del PNRR, quelli da realizzare in cave, miniere, aree in concessione a Ferrovie dello Stato e ai concessionari aeroportuali, in zone di rispetto della fascia autostradale e all’interno di complessi industriali, e soprattutto quelli relativi a progetti di agrivoltaico. Si tratta, nello specifico, “di utilizzare per l’installazione di pannelli solari dei terreni agricoli facendo in modo che una parte dell’area occupata continui a essere coltivata”, spiega Enrico Palchetti, agronomo e ricercatore presso DAGRI (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze. “Nella progettazione degli impianti, che devono sviluppare una potenza uguale o superiore al 60% di un impianto tradizionale, occorre sempre prevedere un connubio armonico fra aree coltivate e strutture tecnologiche, lasciando fra i pannelli, disposti a filari o a scacchiera, lo spazio necessario per il transito dei mezzi agricoli. Perché si possa parlare di agrivoltaico, la normativa vigente prescrive, inoltre, l’altezza minima delle installazioni in relazione alla tipologia di attività agricola da esercitare: 1,3 metri con sola zootecnia e pannelli verticali, 2,1 metri con attività di coltura o mista, e dunque agro-pastorale. Con un’altezza minima dei pannelli maggiore o uguale a 2,1 metri si parla invece di agrivoltaico avanzato, una formula in base alla quale si coltiva anche nella porzione di terreno coperta dai moduli, altrimenti non utilizzabile a causa dell’elevato ombreggiamento e della difficoltà di accesso ai macchinari. Negli impianti che prevedono installazioni mobili, i pannelli possono essere orientati in modo tale da garantire un numero adeguato di ore di sole: le uniche zone dove non si può coltivare nulla, di fatto, sono solo quelle vicine ai pali di sostegno, che restano in ombra e non ricevono acqua piovana, anche se in realtà esistono già pannelli semitrasparenti sotto i quali è possibile posizionare colture adatte alla luce filtrata”.
Una volta qui era tutta campagna. Ma domani?
In attesa della prossima regionalizzazione delle competenze in materia, in un territorio di pregio come quello italiano di sicuro l’impatto dell’agrivoltaico sul paesaggio esiste ed è innegabile, “ma la legge è molto rigorosa e prescrive, oltre all’osservanza dei vincoli paesaggistici e archeologici, di predisporre adeguate opere di mitigazione, di preferire aree già in parte mascherate dalla presenza di macchia arborea e di creare fasce di rispetto”, precisa Palchetti. “La presenza degli impianti, tuttavia, ha anche dei vantaggi: per esempio, nelle zone molto calde e soleggiate il pannello può creare ombra e fungere da protezione in caso di eventi climatici estremi. Volendo, i moduli si abbinano a sistemi intelligenti di irrigazione di precisione, con diffusione dell’acqua in modalità mist, e strumenti per la distribuzione di fertilizzanti o antiparassitari. Con l’agrivoltaico avanzato è poi possibile abbinare la produzione di energia all’agricoltura biologica ad alto reddito, alla coltivazione di vite, ulivo e alberi da frutto, e addirittura alternare ai pannelli file di arnie per l’allevamento delle api. Per contro, la presenza dei moduli può modificare il microclima delle aree sotto la copertura, perché il terreno non irrigato né lavorato tende a inaridirsi. Numerosi studi si stanno infatti concentrando sulle strategie per evitare questo rischio, ma anche sui metodi per prevenire l’accumulo di polvere sui panelli, che ne compromette la funzionalità”.
Da non sottovalutare, infine, il profilo della redditività: “Una superficie di 200 ettari concessa in affitto per l’agrivoltaico per 20 anni può fruttare al proprietario una rendita di 700 mila euro l’anno o un utile una tantum di 15 milioni di euro”, esemplifica Palchetti. “A volte il gestore dell’impianto si fa carico anche della coltivazione, con una compartecipazione agli utili, oppure l’agricoltore continua a svolgere la sua attività in maniera più evoluta, meno faticosa. E spesso anche più remunerativa”.
