In un mercato consumer che rallenta, il design italiano cerca nuove direttrici di crescita nel contract, nel residenziale e nell’hospitality di fascia alta. Diventa quindi sempre più B2B: meno legato alla vendita del singolo pezzo al cliente finale, più orientato a progetti complessi, forniture integrate e interlocutori professionali. Tutti i più importanti player hanno da anni una divisione contract, che però negli ultimi anni ha assunto un crescente importanza all’interno dell’azienda. E anche il Salone del Mobile ha lanciato quest’anno il format dedicato al contract. Questo mercato, stimato intorno ai 68 miliardi di euro, ma destinato a superare i 110 miliardi nel prossimo decennio in tutto il mondo, offre volumi, continuità, visibilità internazionale e margini legati alla capacità di personalizzazione. Richiede però competenze sempre più specifiche, come project management, uffici tecnici, dialogo con architetti, developer, general contractor.
Il punto economico è chiaro: il contract non è più un canale laterale, ma una leva di sviluppo mainstream, quasi con un ribaltamento rispetto alla parte consumer che diventa quasi complementare. Tuttavia, e questo è emerso nei colloqui con i vari player, la parte consumer ha una doppia valenza, perché oltre ad essere un’importante linea di business alimenta la notorietà e il prestigio del brand, un fattore critico di successo anche nel canale contract. La sfida, per il design italiano, sarà non trasformarsi in semplice fornitore, perché il valore resta nella capacità di portare cultura del prodotto, qualità manifatturiera e identità di marca dentro progetti più ampi. Il futuro non sarà solo vendere una libreria per una casa privata, ma arredare luoghi in cui migliaia di persone incontrano, vivono e riconoscono il design italiano.