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Alfredo Fusco, per vivere la natura in casa servono strumenti compensativi biofili

Alfredo Fusco, per vivere la natura in casa servono strumenti compensativi biofili

by Paola Gervasio
26 Maggio 2026

Come possiamo reintrodurre la Natura negli spazi in cui viviamo, anche quando sembra assente? Se lo è domandato Alfredo Fusco, architetto e biophilic designer, autore di Abitare la natura. Il biophilic design per il benessere in casa (Maggioli Editore). Un saggio pionieristico che, per la prima volta in Italia, indaga in modo sistematico l’applicazione della progettazione biofila esclusivamente agli spazi residenziali, proponendo una visione rivoluzionaria e terapeutica della casa contemporanea. Abbiamo intervistato l’autore.

Nel suo saggio lei parla di una “frattura silenziosa ma profonda” tra l’essere umano e il mondo naturale. In che modo il “deficit di natura” incide sulla nostra quotidianità e perché ha scelto di focalizzarsi proprio sulla casa per curare questa disconnessione?

Viviamo in un’epoca che Pj Myers ha acutamente definito della Indoor Generation. Trascorriamo oltre il 90% del nostro tempo all’interno di ambienti chiusi, confinati tra geometrie rigide e superfici artificiali. Questa prolungata alienazione dalla biologia e dai cicli vitali non è una semplice constatazione sociologica, ma una vera e propria deprivazione sensoriale che innalza vertiginosamente i livelli di stress, riduce le nostre capacità cognitive e compromette il nostro equilibrio emotivo. Ho scelto di focalizzarmi sulla casa – escludendo deliberatamente ambiti come il retail o i workspace – perché la residenza è il nostro spazio intimo per eccellenza, il luogo del radicamento e della rigenerazione. È proprio tra le mura domestiche che questo deficit si fa più acuto e paradossale, ed è da qui che deve partire una nuova grammatica dell’abitare, capace di trasformare le nostre abitazioni da fredde macchine funzionali a veri e propri ecosistemi di benessere.

Il cuore concettuale del suo libro è l’intuizione degli “strumenti compensativi biofili”. Come è nata l’idea di traslare i principi della pedagogia speciale nel design degli interni?

Questa intuizione è germogliata dall’incontro fecondo tra due universi apparentemente distanti che hanno segnato il mio percorso professionale: l’architettura e l’educazione inclusiva. Avendo insegnato per cinque anni come docente di sostegno, ho compreso profondamente l’importanza vitale degli strumenti compensativi per gli studenti con Bisogni Educativi Speciali. Questi ausili non semplificano il compito, ma alleggeriscono il carico cognitivo improduttivo, creando dei veri e propri “ponti” verso l’apprendimento. Ho pensato che, analogamente, la casa contemporanea soffrisse di un disturbo specifico, il deficit di natura, e necessitasse di strumenti simili. Il biophilic design agisce esattamente così: attraverso pattern specifici – come la luce dinamica, la presenza dell’acqua o l’uso di materiali naturali – compensa la mancanza di natura, offrendo un supporto sensoriale e cognitivo che riequilibra il nostro stato psicofisico senza sforzo apparente.

Nel testo lei distingue nettamente la figura del “biophilic designer” da quella del “green designer”. Qual è la differenza fondamentale e quale ruolo giocherà questa nuova professione nel futuro dell’architettura?

La distinzione è netta e fondamentale. Il green designer si concentra primariamente sull’impatto ambientale dell’edificio: lavora sull’efficienza energetica, sulla riduzione delle emissioni e sull’uso di materiali riciclabili, operando su parametri quantitativi e prestazionali. Il biophilic designer, pur integrando questi principi di sostenibilità, compie un passo ulteriore e decisivo: pone al centro il benessere psicofisico dell’essere umano attraverso la riconnessione ancestrale con la Natura. Non ci limitiamo a inserire qualche pianta per decorare uno spazio; orchestriamo un’esperienza multisensoriale complessa, integrando luce, forme organiche, variabilità termica e stimoli tattili. È un green job intrinsecamente transdisciplinare che dialoga con la biologia, l’ecologia e la psicologia ambientale. In un mondo sempre più urbanizzato, questa figura diventerà imprescindibile per trasformare le nostre città da contenitori alienanti a habitat rigenerativi.

Esplorando le applicazioni pratiche, lei analizza ogni singolo ambiente domestico. Può farci un esempio di come uno spazio puramente funzionale, come il bagno o la cucina, possa trasformarsi in un’oasi biofila?

Prendiamo il bagno, tradizionalmente concepito solo in termini igienici. Nella prospettiva biofila, questo spazio si eleva a santuario sensoriale dove l’acqua, elemento primario di vita, diventa assoluta protagonista. Non si tratta solo di lavarsi, ma di esperire la fluidità: una doccia a pioggia che mima una cascata naturale, rivestimenti in pietra che evocano il letto di un fiume, o il contrasto termico tra l’acqua calda e l’aria fresca che risveglia i sensi. In cucina, invece, il fulcro è la connessione con i cicli vitali. Integrare un piccolo orto verticale per le erbe aromatiche, favorire l’ingresso di luce naturale dinamica e utilizzare materiali tattili come il legno massello o il cotto, trasforma la preparazione del cibo in un atto di consapevolezza ecologica. Anche i suoni e gli odori non ritmici della cottura diventano stimoli preziosi che rompono la monotonia percettiva degli ambienti artificiali.

Un capitolo è dedicato al “sottoscala”. Come si può applicare il biophilic design a uno spazio così marginale e spesso dimenticato?

Il sottoscala è l’esempio perfetto di come un limite spaziale possa tramutarsi in una straordinaria opportunità progettuale. Spesso declassato a mero ripostiglio, questo ambiente possiede una conformazione geometrica – con il soffitto discendente e le dimensioni contenute – che evoca istintivamente l’archetipo della tana, del rifugio. Applicando il pattern biofilo del “Rifugio” e del “Mistero”, possiamo trasformarlo in un micro-habitat intimo. Utilizzando materiali caldi, luci soffuse, sedute avvolgenti e magari inserendo carte da parati con pattern biomorfici o un piccolo giardino indoor, creiamo un luogo di ritiro e protezione. Diventa uno spazio che si svela progressivamente, stimolando la curiosità e offrendo un angolo di profonda rigenerazione emotiva, al riparo dalla sovraesposizione degli spazi aperti contemporanei.

In conclusione, il suo saggio culmina con una riflessione su una “nuova ecologia dell’abitare”. Cosa intende per “reincanto dell’abitare” e come si relaziona con il concetto di salutogenesi che affronta nel libro?

Il reincanto dell’abitare è un invito a superare la visione meccanicistica e utilitaristica della casa. Non possiamo più concepire l’abitazione come un involucro inerte, ma dobbiamo pensarla come un organismo adattivo, vivo, che partecipa attivamente ai cicli della natura. In questo senso, il biophilic design si sposa meravigliosamente con il salutogenic design, teorizzato da studiosi come Aaron Antonovsky e Alan Dilani. Se la salutogenesi si concentra sulla creazione di spazi che promuovono attivamente la salute rendendoli comprensibili e ricchi di significato, la biofilia fornisce lo strumento primordiale per eccellenza: il legame con la vita. Fondere questi due approcci significa smettere di progettare solo per non far ammalare le persone, e iniziare a costruire spazi che generino vitalità, appartenenza e meraviglia. È una rivoluzione etica prima ancora che estetica: significa tornare ad abitare il mondo sentendoci finalmente a casa.

 

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