Le infrastrutture sportive non sono più semplici “spazi ricreativi”, ma devono diventare un motore economico per la competitività territoriale. Parte da qui lo studio dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale che mette in evidenza la necessità di un approccio progettuale integrato, che coniughi design urbano e rigenerazione delle città. Impianti moderni e ben progettati possono trasformarsi in hub multifunzionali, capaci di attrarre eventi, turismo, attività commerciali, servizi di intrattenimento e generare redditi diversificati.
L’analisi sottolinea come il parco impiantistico italiano sia principalmente obsoleto e frammentato. Gran parte delle grandi strutture — stadi e arene — risale agli anni ’60 e ’80 e non soddisfa gli standard moderni di funzionalità, sicurezza e sostenibilità. Questo ritardo ha un impatto anche sull’economia: secondo stime di settore e rapporti internazionali, negli ultimi anni l’Italia ha destinato circa 3,4 miliardi di euro alla costruzione o al miglioramento di 44 impianti sportivi, progetti legati anche ai Giochi Olimpici Invernali del 2026 e ad altri interventi infrastrutturali correlati.
Secondo il Rapporto Sport 2025, il settore genera un valore aggiunto di 32 miliardi di euro, contribuendo per l’1,5% al PIL nazionale e impiegando 421.000 persone. Inoltre, grandi competizioni internazionali generano impatti economici nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Tuttavia, dietro questi numeri positivi si nasconde un’infrastruttura fragile e obsoleta, profondamente sbilanciata geograficamente: su oltre 78 mila impianti, circa il 40% è costituito da strutture datate (anni ‘70-‘80) che necessitano di riqualificazione.
Nel contempo, l’Italia spende in infrastrutture sportive molto meno della media europea, come percentuale delle spese pubbliche: circa 0,5%, contro lo 0,8% di Francia e Germania, limitando così la capacità del sistema di competere e di sfruttare appieno il potenziale economico dello sport.
Anche gli stadi di calcio italiani potrebbero rappresentare un’opportunità di sviluppo, visto che tutti, tranne tre, sono stati costruiti prima del 1990, e la maggior parte ha ricevuto solo ristrutturazioni limitate nel tempo. La necessità di modernizzare gli stadi per rispettare gli standard internazionali crescerà ulteriormente, soprattutto in vista della Coppa Europea del 2032, che l’Italia ospiterà insieme alla Turchia.
Un aspetto cruciale dell’analisi riguarda l’integrazione progettuale delle infrastrutture con il territorio. Gli impianti moderni non devono essere solo funzionali dal punto di vista sportivo, ma devono essere progettati come elementi di rigenerazione urbana, con spazi commerciali, aree verdi, collegamenti di trasporto e servizi aggiuntivi, che migliorano la qualità della vita e l’attrattività delle città. L’architettura e il design, quindi, diventano leve fondamentali per aumentare il valore economico complessivo, trasformando stadi e arene in nodi attivi del sistema urbano, piuttosto che in contenitori isolati.
Infine, per realizzare l’ammodernamento, è necessario un mix di risorse pubbliche e private, una semplificazione normativa e strumenti di finanza innovativa. Solo così gli impianti sportivi italiani potranno diventare asset economici produttivi, capaci di attrarre capitali, generare reddito e rafforzare la competitività territoriale a lungo termine.
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