In Italia l’Iva scende dal 22% al 5% per il commercio di oggetti d’arte, d’antiquariato e per i beni da collezione, per intenderci anche francobolli, monete, libri antichi, ecc. con l’art. 8 del DL Omnibus approvato venerdì 20 giugno dal Consiglio dei Ministri. È l’aliquota più bassa nell’Unione Europea, solo Cipro, Malta e Regno Unito applicano il 5% ma solo sulle importazioni. Naturalmente, questa nuova aliquota farà concorrenza sugli scambi d’arte a quella francese che dal 1 gennaio 2025 è al 5,5%, a quella tedesca al 7%, a quella olandese al 9% e, addirittura, a quella svizzera all’8 per cento. Ora ci sono tutte le condizioni per il mercato italiano per competere con le piazze più dinamiche del mercato dell’arte che hanno saputo, come la Francia con la Brexit e la crisi del mercato britannico, approfittare di condizioni favorevoli.
“Con con l’introduzione dell’aliquota Iva ridotta per la compravendita di opere d’arte – ha dichiarato il ministro della Cultura Alessandro Giuli – il governo pone fine a un’anomalia che ci rendeva meno attrattivi rispetto ad altri Paesi europei, dove già esistono regimi fiscali agevolati. Da oggi possiamo tornare a competere ad armi pari, offrendo nuove opportunità a galleristi, antiquari, artisti, restauratori, trasportatori e studiosi. È un provvedimento che valorizza l’intero ecosistema dell’arte, uno dei presìdi più vitali della nostra identità culturale”.
Secondo un recente rapporto di Nomisma, il mercato italiano dell’arte ha difatti sofferto finora a causa di un sistema fiscale gravato dall’aliquota Iva più elevata a livello comunitario, subendo la competizione di altre realtà europee, quali Francia e Germania, in cui dal 1 gennaio 2025 è stato introdotto un regime Iva agevolato per il settore – con aliquote fissate rispettivamente al 5,5% e al 7% – permesso dalla normativa europea entrata in vigore con la direttiva 542/2022 che intende mettere ordine nella disparità dei trattamenti fiscali delle compravendite di oggetti d’arte e antiquariato.
L’abbassamento dell’Iva potrebbe determinare una crescita del fatturato del comparto fino a 1,5 miliardi di euro nell’arco di tre anni, con un impatto economico complessivo stimato in 4,2 miliardi di euro. Al contrario, mantenendo l’aliquota al 22%, il settore rischiava di perdere fino al 28% del fatturato, con punte del -50% per le piccole gallerie e potenziali ripercussioni per tutti i professionisti coinvolti: antiquari, galleristi, case d’asta, collezionisti, restauratori, trasportatori specializzati, artigiani, assicuratori e artisti.
