La galleria milanese Antonio Colombo Arte Contemporanea ha recentemente ospitato ‘Alchimie nel Vuoto’, la prima mostra personale – a cura di Silvana Annicchiarico – dell’eclettica artista e designer Elena Salmistraro. La sua estetica, frutto di una riflessione personale e artistica maturata nel corso degli anni, attinge a differenti suggestioni: dal neo-primitivismo, al surrealismo e al realismo magico, dove i confini tra il ludico e l’onirico si dissolvono. In questo universo popolato da personaggi ibridi e deformi, l’artista affronta le sue paure di ogni giorno, creando un immaginario dove l’horror vacui viene esorcizzato attraverso un flusso continuo di segni e colori. Il disegno si fa così gesto intimo e primordiale, un atto che diventa terapia. e accettazione di se stessi nella propria unicità.
Com’è nata l’idea di questa tua prima mostra personale e quale messaggio vuole veicolare?
Dipingere è sempre stata una delle mie più grandi passioni, sin da bambina. Il mio entusiasmo per questa attività era così forte che mia madre decise di mandarmi ogni pomeriggio da un artista, dove potevo esercitarmi copiando dal vero. Crescendo, ho scelto di iscrivermi al Politecnico di Milano, dove ho studiato fashion e industrial design. Con l’inizio della mia carriera da designer, però, ho progressivamente messo da parte la mia vena più artistica. Poi, alcuni anni fa, durante un evento alla Triennale, ho incontrato Antonio Colombo. Da quella conoscenza è nata l’idea di organizzare una mia mostra personale nella sua galleria, con opere completamente inedite. Per realizzarle, mi sono dedicata interamente alla pittura per sei mesi.Volevo raccontare il mio mondo interiore attraverso i mostri, un tema che mi accompagna fin dall’infanzia. Ho sempre disegnato mostri perché ero una bambina molto paurosa: rappresentarli sulla carta era il mio modo di esorcizzare le paure, una sorta di terapia visiva. Col tempo, questa ossessione si è trasformata in un vero e proprio esercizio artistico, aiutandomi a definire il mio linguaggio espressivo. Questi personaggi sono diventati compagni di viaggio: il nano, la donna cannone, le gemelle siamesi, la donna barbuta, l’uomo mezzo serpente. Li chiamo mostri, ma in realtà il loro aspetto è rassicurante. Ognuno di loro ha delle imperfezioni, ma proprio per questo devono essere accettati e apprezzati per ciò che sono. La mia arte parla di questo: dei difetti che ci caratterizzano e che dobbiamo imparare a valorizzare, delle paure che, invece di frenarci, possono diventare un punto di forza.

Dall’industrial design all’arte: come si conciliano questi due mondi?
Dopo il liceo artistico, mi sono iscritta al Politecnico di Milano. Inizialmente ho provato con architettura, ma mi sono presto resa conto che non era la mia strada. Così ho deciso di studiare prima fashion design e poi industrial design. A prima vista, potrebbero sembrare scelte sbagliate o deviazioni dal percorso, ma in realtà questi passaggi hanno contribuito ad aprire la mia mente e a definire il mio bagaglio di esperienze. Oggi il mio lavoro è estremamente trasversale: mi muovo con naturalezza tra diverse discipline, senza sentirmi vincolata a una sola definizione. Mi sono sempre considerata più una creativa che una professionista incasellata in una categoria precisa. Per questo motivo, non vengo percepita dai designer come una designer né dagli artisti come un’artista. Ma la verità è che non esiste una separazione netta tra questi mondi: al contrario, si influenzano e si arricchiscono a vicenda. Nei miei progetti di design, ad esempio, inserisco elementi legati all’arte o alla moda, e questo contribuisce a dare maggiore forza al risultato finale. Il mio lavoro mi permette di raccontare storie, perché ogni progetto è un’espressione di ciò che sono. So che il termine storytelling è spesso abusato, ma nel mio caso è qualcosa di autentico: attraverso le mie creazioni, esprimo la mia visione, il mio vissuto, la mia necessità di comunicare. È per questo che mi sento più vicina all’arte, perché il mio bisogno principale è proprio quello di esprimermi.
Come nasce una tua creazione? Sia essa di design o artistica.
Le mie creazioni di design e le mie opere d’arte hanno una genesi e uno sviluppo completamente diversi. Nel design, tutto parte dalla ricerca, una fase lunghissima e fondamentale. Mi isolo nel mio studio, a Milano, in Porta Ticinese, e dedico ore alla realizzazione di schizzi preparatori. Questo materiale viene poi progressivamente affinato attraverso un lavoro corale con i miei collaboratori: gli schizzi devono essere ripuliti e semplificati, perché nel design bisogna inevitabilmente confrontarsi con le esigenze della produzione in serie. Una volta definita l’idea, passiamo alla realizzazione dei modelli 3D e dei rendering destinati alle aziende. È un processo metodico e strutturato, che bilancia creatività e funzionalità. L’approccio all’arte, invece, è completamente diverso, perché qui ho la totale libertà di esprimere e rappresentare me stessa senza vincoli. Ogni opera diventa una narrazione intima e personale. Ad esempio, nel mio dipinto ‘La maschera d’oro’, ogni figura rappresenta una parte di me: c’è Elena bambina con una maschera da coniglio, Elena designer con il terzo occhio, Elena madre, protettiva e consapevole, e così via. Tutte queste versioni di me osservano una maschera d’oro, simbolo della sicurezza di sé. Le mie opere d’arte sono frammenti di un viaggio introspettivo che dura da tutta la vita, tasselli di un racconto che continua a evolversi nel tempo.

Le tue opere sono estremamente cariche. Quale significato assume per te il colore e quanta importanza dovrebbe avere nella vita di tutti i giorni?
Il colore per me è fondamentale, un elemento che dovrebbe far parte della vita di tutti, ogni giorno. Rappresenta energia, vitalità ed espressione. Ho sempre avuto una naturale predisposizione per gli accostamenti cromatici: riesco a percepire immediatamente se un bilanciamento è armonioso o se necessita di correzioni. Nei miei dipinti utilizzo esclusivamente acrilici su tela, privilegiando una resa coprente e opaca. Anche se a prima vista i miei quadri possono sembrare un’esplosione incontrollata di colore, in realtà sono studiati nei minimi dettagli. I toni che scelgo sono sempre desaturati, mai abbaglianti, e questa capacità di dosare l’intensità cromatica è una tecnica che ho affinato nel tempo. Anche nel design seguo una filosofia simile. Prediligo spazi con una base neutra che poi prendono vita attraverso dettagli cromatici ben calibrati: vasi, quadri, tappeti. Elementi che, pur essendo complementi d’arredo, definiscono l’identità di un ambiente. Per questa mia prima personale, ho voluto aggiungere anche una componente tridimensionale, creando con TaiPing un tappeto, con Bosa delle ceramiche e con Scapin una scultura in legno: oggetti che dialogano con le opere pittoriche. Per me arte e design non sono ambiti separati: un’opera artistica può diventare un pezzo di design e viceversa. Entrambi hanno la capacità di trasformare uno spazio, rendendolo unico e personale.
Nella tua carriera hai collaborato con molte grandi aziende del design, hai in cantiere nuovi progetti?
Sono orgogliosa di poter continuare a collaborare con le aziende con cui ho iniziato il mio percorso professionale. Per me è un grande motivo di soddisfazione, perché significa che queste realtà continuano a darmi fiducia, riconoscendo il valore del mio lavoro. Ho sempre cercato di instaurare rapporti autentici e duraturi, sia con le persone che con le aziende. Grazie al mio carattere aperto e alla mia capacità di entrare in sintonia con gli altri, ho costruito collaborazioni che resistono nel tempo. Non è scontato: spesso nel nostro settore designer e architetti iniziano una collaborazione per poi interromperla. Il mio percorso, invece, è stato lineare e stabile, e questo lo considero un grande traguardo. Continuo a lavorare con aziende storiche come Bosa e Cappellini, ma anche con realtà più recenti, sviluppando nuove installazioni e progetti. Fortunatamente, il lavoro procede bene e le opportunità non mancano. All’inizio, però, non è stato semplice. Il mio linguaggio era molto preciso e personale, ma venivo spesso percepita in modo diverso rispetto ai designer tradizionali. All’inizio faticavo a trovare il mio spazio, sentivo di essere considerata “troppo carica” o fuori dagli schemi. Con il tempo, però, ho imparato a conoscermi meglio, ad accettarmi e, soprattutto, a stimarmi. Dopo anni di impegno e dedizione, posso finalmente dire che il mio lavoro sta dando i suoi frutti. Oggi guardo al mio percorso con soddisfazione e gratitudine, consapevole che ogni tappa è stata fondamentale per arrivare fino a qui.

Dal 2022 sei Ambasciatrice Mondiale del Design Italiano, quali ritieni siano le peculiarità del made in Italy che dovrebbero essere più valorizzate?
Gli ultimi anni sono stati turbolenti per il settore del design, ma oggi, all’inizio del 2025, è fondamentale guardare avanti con una prospettiva di ripartenza. In questo contesto, diventa essenziale valorizzare le peculiarità del made in Italy, recuperando ciò che siamo stati e consolidando ciò che siamo oggi. Abbiamo un patrimonio unico al mondo, sia in termini di materiali che di competenze. Per troppo tempo si è guardato alla produzione all’estero, spesso in Cina, ma la realtà è che in Italia abbiamo tutto ciò che serve. Personalmente, ho sempre creduto in questa filosofia e ho avuto l’opportunità di metterla in pratica, ad esempio lavorando con il marmo insieme a Lithea, con cui ho realizzato molte opere. Questa azienda siciliana utilizza esclusivamente marmi locali, un perfetto esempio di come si possa valorizzare il nostro territorio e le sue immense risorse. Il made in Italy è una ricchezza straordinaria. Basta guardare cosa abbiamo intorno a Milano: la Brianza e il suo distretto del mobile sono un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Dobbiamo puntare con decisione sulla qualità e sull’artigianalità, aspetti che ci rendono unici. Fortunatamente, noto che si sta tornando a dare maggiore importanza alla lavorazione artigianale, ma c’è ancora un problema significativo: il ricambio generazionale. In alcuni settori artigianali la situazione è critica. La trasmissione del sapere non sta avvenendo con il giusto equilibrio, e il rischio di perdere competenze preziose è concreto. È un aspetto su cui dobbiamo lavorare con urgenza. Milano è il cuore pulsante del design, una città che offre opportunità straordinarie. Siamo nella posizione giusta per valorizzare al meglio il nostro patrimonio. Dobbiamo crederci e investire sulle nostre risorse, perché il futuro del Made in Italy dipende dalla capacità di dare valore a ciò che abbiamo.
