Lo studio milanese di architettura Migliore+Servetto, formato da Ico Migliore e Mara Servetto, ha indagato sul futuro degli spazi di cultura introducendo il concetto di “Museum Seed” che è anche il titolo del loro libro recentemente pubblicato da Electa. Secondo la loro visione, come un seme, il museo cresce, si trasforma e si estende in una sua versione aumentata dialogando costantemente con il territorio circostante. Abitare gli spazi culturali richiede oggi una nuova progettualità capace di integrare progetto di architettura, design e grafica nell’incontro con l’evoluzione delle tecnologie, delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale. Aziende, architetti e designer sono pronti a studiare nuove opportunità che si manifestano in questa direzione.
Come è nata l’idea di indagare sul futuro degli spazi dedicati ai luoghi di cultura?
Ico Migliore: Ci occupiamo da più di vent’anni di progetti per luoghi di cultura e musei. L’idea alla base del concetto di “Museum Seed” ha origine in un viaggio nella provincia del Zhejiang, in Cina. Era il 2013 e mi trovavo lì insieme a Mario Bellini e a una squadra di architetti locali, medici e developer. L’occasione del viaggio era un progetto congiunto tra Cina, Giappone e Italia: un nuovo sviluppo urbano che comprendeva luoghi di cura e di cultura per una nuova città satellite. Di qui mi si è visualizzata l’idea di museo non solo come architettura-contenitore ma come luogo aperto alla città. Non solo destination fisica, ma qualcosa di diffuso che si fa carico dell’eredità culturale e commerciale della narrazione, come un seme che si diffonde nel territorio.
Quali sono i cambiamenti che i luoghi culturali stanno attraversando?
Mara Servetto: Le persone amano farsi raccontare le storie, pensiamo al grande successo dei podcast e delle serie tv. Anche il museo deve essere sempre più attraente ed emozionante nella narrazione che propone, nell’ospitalità dei suoi luoghi, nel rapporto con le nuove tecnologie e nella costruzione di percorsi espositivi. Il loro ingresso ha portato non solo a nuove modalità di fruizione dei contenuti da parte del visitatore, ma anche a cambiamenti significativi nelle expertise richieste al progettista per gestire il sistema di narrazione integrato. Questo non significa progettare intrattenimento nel senso più superficiale del termine, ma piuttosto misurarsi con l’idea di costruire conoscenza e consapevolezza e accessibilità, riuscendo a dialogare e interagire con i pubblici più diversificati.
Qual è oggi la nuova concezione di museo? Come sarà il museo del futuro?
I.M.: Sarà un grande luogo d’incontro, ospitale, accessibile e dove ritornare. Sarà anche un luogo di cura e di comunità. Oggi la parola “museo” è forse una parola riduttiva. Mi piace immaginare che nel futuro gli spazi di cultura non si chiameranno neanche più così. Il museo, la cui etimologia richiama all’idea dell’ispirazione offerta dalle muse, dovrà sempre di più lavorare su identità, consapevolezza e ispirare all’incontro. La risposta al tema del futuro del museo può stare proprio nel suo essere pensato come un seme, spazio dinamico che diventa organismo, sistema capace di estendersi fino ad abbracciare l’intero spazio urbano. Oggi i musei sono nuovi luoghi di appartenenza e comunità a cui potersi rivolgere, porre domande e avviare dialoghi, anche con sé stessi.
Quali sono gli step progettuali?
M.S.: Nel museo di oggi e sempre di più in quello di domani cambieranno i tempi di interazione e di ospitalità: il museo, nato ad Alessandria come luogo di incontro e poi diventato museo di collezione, farà sua la caratteristica catartica del teatro, pur rispettando la sua funzione conservativa. Sarà un luogo più aperto, mai uguale a se stesso, come una macchina scenica dove tutti e cinque i sensi saranno coinvolti in una partecipazione attiva dell’ospite. Per rendere questo possibile a livello progettuale è necessario in primo luogo integrare gli spazi pensati per il temporaneo dentro il permanente; sfruttare il potenziale dei sistemi digitali come estensioni delle parti analogiche; concepire la luce come schema narrativo e drammaturgico, capace di dare teatralità alla scena.
Il museo, per come lo concepiamo noi, è inoltre un museo-vetrina. È così che abbiamo pensato e realizzato l’ADI Design Museum a Milano. Un luogo che può già essere fruito dall’esterno, dalla città. Un altro aspetto importante è il nuovo ruolo della teca: per il Museo di Storia Naturale di Milano abbiamo progettato teche i cui reperti possono essere toccati ed esperiti tramite i sensi, oltre a torri sceniche dove il visitatore è invitato a entrare, trasformandosi da osservatore passivo in parte della scenografia della sala.
Quale potrebbe essere il ruolo di architetti e designer all’interno di questa rivoluzione? I.M.: Forse come la parola museo, anche “architetto” e “ designer d’interni” sono formule riduttive. La formazione deve essere sempre più integrata e divergente nella misura in cui il designer sarà autore della drammaturgia del luogo. Se il museo da spazio deputato alla sola conservazione diventa capace di produrre nuovi contenuti e attivare comportamenti, allora il progettista sarà chiamato a immaginare spazi non solo destinati a ospitare oggetti esistenti, ma anche oggetti solo pensati, e con essi progetti, attività e laboratori. Se il palinsesto culturale del museo si arricchisce e si espande, così di conseguenza fa l’area che lo ospita. È necessario, dal punto di vista progettuale, che lo spazio espositivo permanente integri anche spazi per mostre e approfondimenti temporanei, diventando una sorta di machine à montrer.
Che opportunità potranno aprirsi per le aziende di design nei nuovi spazi culturali?
I.M.: È naturalmente coinvolto nel progetto di Interior ed Exhibition Design tutto il sistema di aziende che producono gli apparati: dalle luci, all’audio e video. Sarà sempre più centrale anche il tema dell’ospitalità che prevede la presenza di arredi come luoghi di incontro, sedute intelligenti e strutture pensate per la pausa e il riposo. Per molte aziende si potrà sviluppare un rapporto di contract: come già succede per aeroporti e grandi stazioni, anche nel campo dei musei esistono delle opportunità interessanti: una nuova frontiera focalizzata sul tema dell’accessibilità, anche cognitiva. In fondo i musei sono nati proprio per rendere accessibili opere possedute da pochi a beneficio di molti: il valore dell’accessibilità è da sempre al centro della loro missione.
Quali sono le possibilità offerte dalle nuove tecnologie? Grazie a neuroscienze e AI ci sarà una sorta di “museo aumentato”?
M.S.: Esattamente, ci piace immaginarlo così. Le nuove tecnologie saranno utili a espandere l’esperienza museale ma non sono l’unico fine. Avendo come obiettivo un incrocio tra analogico e digitale, il museo del futuro sarà appunto una sorta di “museo aumentato”, un ambiente quasi privo di confini percettivi. Un luogo in cui, sentendo i profumi, toccando con mano materiali e oggetti, il visitatore potrà accedere a un’esperienza concreta, e non solo a un’esperienza passiva di bellezza visiva.
Lo spazio fisico sarà ancora predominante?
M.S.: Dal nostro punto di vista, tra i due poli opposti che abbiamo individuato in quello del “museo chiodo-parete” e quello del “museo-lunapark” è necessario introdurre una terza via in cui le risorse messe in gioco dalle nuove tecnologie non siano fini a sé stesse ma funzionali alla narrazione di cui ciascun progetto si fa portatore. Il nostro obiettivo è progettare musei e spazi espositivi che definiamo “narranti”, luoghi fisici che siano partecipativi, empatici e memorabili, in cui voler tornare. Ci sono poi varie tipologie di museo: un museo della scienza è molto diverso da un museo archeologico, o da un museo del cinema. La parte fisica certamente aiuta il visitatore a fare un’esperienza realistica e dimensionale: è ciò che definiamo mirroring effect, in altre parole, il ritrovarsi e rivedersi nella scena attraverso le azioni compiute. La differenza tra l’esperienza fisica e quella digitale è un po’ come quella che passa tra godere di un bel panorama e l’osservare lo stesso paesaggio da una cornice, per quanto essa sia ben rifinita e correttamente illuminata. Ad esempio, vedere su Instagram Le nozze di Cana, il magnifico e imponente dipinto del Veronese, e la Gioconda è praticamente la stessa esperienza: lo spazio digitale non può restituire le reali dimensioni di due opere così diverse. Come sarà bello allora tornare al museo: un luogo dove, per mezzo delle tecnologie, la cornice non sarà il frame che separa l’opera dal suo fondale, ma qualcosa che collega l’opera al visitatore.
In che senso i musei possono essere considerati come “semi” capaci di far germogliare le città? Come evolverà il rapporto museo-città?
M.S.: C’è sempre stata una relazione osmotica tra città e museo. Due poli in cui uno contiene l’altro e lo alimenta. In una visione sul futuro dei luoghi di cultura questo legame tende a rafforzarsi e il museo, che è sempre stato luogo ospite nell’orizzonte urbano, ne diventa linfa, seme. Come una cellula in continuo sviluppo esce dal suo spazio e “invade” il territorio, si sviluppa attingendo al genius loci per attivare nuovi comportamenti nel tessuto urbano, contribuendo a disegnare la città come “casa collettiva”. Compagine magmatica più o meno ordinata, la città evolve, ripensa sé stessa, si stratifica nel tempo, e così il museo. Il museo, in sintesi, può far germogliare nel territorio la riflessione culturale diventando terzo spazio, ricoprendo cioè la funzione che un tempo era quella delle piazze e delle edicole. Un luogo di discussione, dove ritrovarsi per commentare l’attualità e immaginare il futuro.
